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Tumore della mammella

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Tumore della mammella

Oggi il tumore della mammella è un male sempre più curabile.
La tempestività delle diagnosi e i progressi sul fronte della chirurgia e dei trattamenti
hanno portato a risultati incoraggianti che possono diventare ulteriormente promettenti se affiancati dalla responsabilizzazione della persona nella difesa della propria salute.

 

Cos’è il tumore della mammella

Il tumore della mammella è una malattia potenzialmente grave se non è individuata e curata per tempo. È dovuto alla moltiplicazione incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in cellule maligne: ciò significa che hanno la capacità di staccarsi dal tessuto che le ha generate per invadere i tessuti circostanti e, col tempo, anche gli altri organi del corpo.

Il seno è costituito da un insieme di ghiandole e tessuto adiposo ed è posto tra la pelle e la parete del torace. In realtà non è una ghiandola sola, ma un insieme di strutture ghiandolari, chiamate lobuli, unite tra loro a formare un lobo. In un seno vi sono da 15 a 20 lobi. Il latte giunge al capezzolo dai lobuli attraverso piccoli tubi chiamati dotti galattofori (o lattiferi).

La linfa della mammella viene convogliata attraverso i vasi linfatici verso i linfonodi ascellari e sternali.

 

Le dimensioni del problema

Il carcinoma della mammella nel sesso femminile è, in assoluto, il principale problema oncologico (ne colpisce 1 su 8), costituendo più di quarto di tutti i tumori maligni diagnosticati e rappresentando la più frequente causa di morte per tumore nelle donne. In Italia, con circa 50.000 nuovi casi annui, rappresenta circa il 29% di tutti i tumori maligni.

In termini di trend temporale, la mortalità per carcinoma mammario, negli ultimi tre decenni, è aumentata nella maggior parte del mondo, ad eccezione dei paesi occidentali, dove, a partire dagli anni Novanta, si è registrata una brusca inversione di tendenza. Infatti, nella maggior parte dei paesi sviluppati, inclusa l’Italia, i tassi di mortalità si sono quasi dimezzati rispetto a quelli di due decenni fa. La riduzione di mortalità appare, perlopiù, dissociata dalla riduzione di incidenza che si sta osservando nelle stesse aree: è, infatti, nettamente più marcata e più precoce. Questa dissociazione incidenza/mortalità è considerata la prova epidemiologica dei progressi diagnostico-terapeutici ottenuti e della loro applicazione su scala di popolazione. Oggi la sopravvivenza media dopo 5 anni dalla diagnosi è di circa l’87%.

 

I fattori di rischio

Il carcinoma della mammella, al pari della maggior parte dei tumori solidi, è una malattia multifattoriale e non è, pertanto, possibile parlare di fattori eziologici in senso stretto, quanto di fattori di rischio. Gli studi di epidemiologia descrittiva evidenziano come vi siano grandi differenze di incidenza tra diverse aree geografiche. Inoltre, nelle famiglie che migrano da zone a bassa incidenza verso zone ad alta incidenza, il rischio di sviluppare il tumore diventa, nel giro di poche generazioni, sovrapponibile a quello della popolazione dell’area di residenza. Questi dati suggeriscono l’esistenza di fattori eziologici legati all’ambiente e alle abitudini di vita, e quindi, come tali, potenzialmente modificabili.

 

Età 

A oggi l’età sembra essere il più forte fattore di rischio per carcinoma mammario. La probabilità di sviluppare un cancro al seno aumenta, infatti, esponenzialmente con l’aumentare dell’età passando da 1/227 nelle donne con un’età di 30 anni a 1/26 per le donne di 70 anni.

Familiarità ed ereditarietà 

L’importanza della familiarità e dell’ereditarietà come fattore di rischio è, nell’immaginario collettivo, esagerata. Infatti, solo circa il 5-7% dei nuovi casi insorge in soggetti con anamnesi familiare positiva per carcinoma mammario, mentre il rimanente 93-95% rientra nei cosiddetti “casi sporadici”. Il rischio di ammalarsi di cancro della mammella è, comunque, circa il doppio nei parenti di primo grado di una paziente con tumore mammario, rispetto alla popolazione senza familiarità specifica. Al momento, solo circa il 30% dei casi familiari riconosce una chiara trasmissione genetica dovuta alla presenza di mutazioni in loci genetici “ad alta suscettibilità” (BRCA1-BRCA2). In questi casi si tende ad osservare una chiara presenza di “cluster” familiari di carcinoma mammario, con più di un parente di primo grado che sviluppa la malattia, in particolare in età relativamente giovane (<50 anni). Più recentemente molti altri loci genici legati allo sviluppo di carcinoma mammario sono stati identificati. In caso di mutazione di loci ad alta suscettibilità, la probabilità di sviluppare un carcinoma mammario nel corso della vita è particolarmente elevata e varia tra il 40% e il 65%. In questi casi, quindi, il rischio è così alto che i soggetti portatori dovrebbero essere inseriti in specifici programmi di prevenzione e/o sorveglianza.

 

Fattori riproduttivi 

È noto da tempo che esiste una correlazione inversa tra l’età della prima gravidanza e il rischio di carcinoma mammario e si ipotizza che, in parte, questo sia dovuto al potente stimolo differenziativo che ciascuna gravidanza, in particolare la prima, esercita sull’epitelio ghiandolare mammario, riducendone la suscettibilità alla trasformazione. Anche il numero di gravidanze a termine, per gli stessi motivi, sembrerebbe correlare con un ridotto rischio di carcinoma mammario. L’allattamento sarebbe anch’esso associato a un rischio ridotto, ma questa associazione potrebbe solo essere dipendente dall’azione protettiva della gravidanza associata. Fattori di rischio acclarati sono, infine, rappresentati da un menarca precoce e da una menopausa tardiva, probabilmente perchè indicatori di una più lunga esposizione dell’epitelio ghiandolare agli stimoli proliferativi degli estrogeni ovarici.

 

I sintomi

I sintomi che solitamente le donne percepiscono sono:

  • senso di tensione al seno;
  • dolore della mammella;
  • comparsa di noduli che la donna può “sentire” con la mano.

In genere le forme iniziali di tumore del seno non provocano dolore. Uno studio effettuato su quasi mille donne con dolore al seno ha dimostrato che solo lo 0,4% di esse aveva una lesione maligna, mentre nel 12,3% erano presenti lesioni benigne (come le cisti) e nel resto dei casi non vi era alcuna lesione. Il dolore era provocato solo dalle naturali variazioni degli ormoni durante il ciclo.

La maggior parte dei tumori del seno, in realtà, non dà segno di sé e viene identificata grazie agli esami diagnostici (mammografia/ecografia).

Il nodulo è un agglomerato normale o patologico di cellule con una struttura diversa da quella del tessuto circostante; la sua natura può essere sia benigna che maligna. La cisti è una formazione patologica simile a un sacco membranoso ripieno di liquido; la comparsa di una cisti è dovuta alla chiusura del canale (dotto) attraverso cui passano le secrezioni ghiandolari. Nella mammella è sempre di natura benigna e non deve essere ulteriormente indagata.

Importante segnalare al medico anche alterazioni del capezzolo (in fuori o in dentro), perdite da un capezzolo solo specie se ematica (se la perdita è bilaterale il più delle volte la causa è ormonale), cambiamenti della pelle (aspetto a buccia d’arancia localizzato) o della forma del seno.

 

LE PATOLOGIE BENIGNE
Molte donne di età compresa tra i 30 e i 50 anni mostrano segni di displasia mammaria, un’alterazione benigna dei tessuti del seno che non ha nulla a che vedere col tumore ma che può suscitare qualche preoccupazione al momento della diagnosi. Esistono diverse forme di displasia: nella displasia fibrocistica a piccole cisti, più frequente tra i 30 e i 40 anni, sono presenti cisti piccole, ripiene di liquido, più evidenti durante il periodo premestruale può essere presente dolore; nella displasia a grosse cisti, più frequente nelle donne tra i 40 e i 50 anni, si osserva la presenza di una o più grandi cisti, di forma rotondeggiante, a contenuto liquido.
Il tumore benigno più frequente è, invece, il fibroadenoma che compare soprattutto tra i 20 e i 30 anni. Si presenta come un singolo nodulo, duro e molto mobile, talvolta doloroso.

 

La dieta

L’alimentazione ricopre un ruolo fondamentale anche nel rapporto con l’oncologia, sia in fase preventiva, sia quando è insorta una patologia tumorale, tanto che oggi è considerata parte integrante della terapia, per aiutare il paziente a sentirsi meglio, cercando di aiutarsi nella prevenzione delle recidive e limitando gli effetti collaterali delle cure.
Diversi studi scientifici hanno dimostrato l’utilità di una dieta particolare nella prevenzione delle ricadute del cancro al seno in donne già colpite; successivamente si è valutata l’utilità della stessa dieta nella prevenzione primaria, ovvero in chi non ha ancora sviluppato la malattia.

Un’alimentazione che tenga bassi i livelli di insulina, tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo del tumore, è quella che segue il “modello mediterraneo”, e dovrebbe essere prevalentemente vegetale e a base di prodotti non industrialmente raffinati.
Si tratta di:

  • cereali integrali
  • verdure
  • legumi
  • alimenti a bassa densità calorica (perché è fondamentale mantenersi normopeso)
  • olio extravergine di oliva.

limitando al massimo gli alimenti ricchi di grassi saturi, che sono un fattore di rischio, ovvero carne rossa, latte e formaggi, così come l’alcool, privilegiando il pesce come fonte di proteine animali.

“L’attività fisica”

I benefici dell’esercizio fisico sono ormai noti: l’attività fisica svolta sia prima sia dopo i trattamenti e la diagnosi di tumore della mammella è un fattore di protezione contro le recidive; praticata con costanza riduce del 12 per cento il rischio di ammalarsi per le donne di qualunque età e peso corporeo.